Dicono di lui

Riportiamo le note finali della raccolta “Generazione mia”, come utile testimonianza su Enzo Maolucci.

CIAO MAMMA

In questo lavoro ho voluto collocare tutte le canzoni composte alla luce della mia generazione e che ancora oggi riscriverei senza pudori o rimpianti. E’ un estratto “netto” di quattro album e tre 45 giri pubblicati in dieci anni. Credo ssa venuto fuori ancora una volta un “album concetto” da intendersi come un unico affresco di 20 figure che, loro malgrado, illustrano su diversi piani i nostri anni ’70 e ’80 e lasciano intravedere gli anni ’50 e ’60 della mia formazione.
Se mai farò altro in questo campo sarà perché, grazie a quegli anni, mi sono assicurato la giovinezza fino alla morte, cioè
la virtù di immaginare, inventare e tentare.
Sacchetti dice che ho scavato 100 pozzi di un metro e mai uno solo di 100 metri, da vero dilettante universale. E’ vero, il petrolio non si trova così, ma in ogni caso è bello scavare, a volte trovi altri tesori, l’insuccesso non mi ha mai dato alla testa comunque.
Non voglio dire di più su di me, lascio volentieri il compito ad alcuni amici non di parte: un famoso musicologo estinto, un critico musicale vivo e vegeto, un musicista arrangiatore a cui ho rovinato il fegato e un regista architetto che di musica non si è mai occupato.
Come dice bene mia madre, riguardo alla mia figura di cantante, bisogna cercare di avere successo e non di “farsi conoscere”.
Se ogni tanto stancamente ci riprovo è perché lei non si debba vergognare ancora di un tale figlio, nato, per singolare vezzo storico-sentimentale, nove mesi dopo il 25 aprile della “liberazione” (opera unica di una fedele “piccola italiana”). Ciao mamma, sono contento di non essere arrivato “prima”, guarda come mi diverto.
L’AUTORE

 
UN MELODISTA MALTUSIANO

Maolucci è quel mio antico studente la cui tesi di mille pagine sui Beatles fece epoca all’Università (di Torino nel 1971 n.d.r.).
Era condotta con un impegno e uno scrupolo che non sempre si incontrano in tesi su argomenti più solenni. Recentemente Maolucci fece ancora rumore interrompendo, un po’ brillo, un concerto di Stockhausen al Conservatorio, del che era stato redarguito dai critici musicali di questo giornale.
In una delle sue ballate (di “Barbari e Bar” n.d.r.) egli spiega le ragioni di quel gesto e dedica la canzone al suo antico professore e poi pubblico accusatore, il quale qui lo ringrazia e lo assicura della sua affettuosa comprensione.
Non è questa la sede per occuparsi delle frustrazioni, inibizioni e complessi che travagliano i giovani(…). Basti ricordare il cinico avviso di Benedetto Croce:”Tutto quello che han da fare i giovani è di invecchiare”.
Piuttosto si vuole arrischiare qui una constatazione d’ordine critico che, per venire da un non addetto ai lavori, cioè da uno che solo in casi eccezionali come questo ha occasione d’accostarsi al mon do della canzone, può pretendere a qualche giustificazione. Un tempo – diciamo fino a Mascheroni e a Bixio (…) la canzonetta si fondava sempre sopra un’invenzione melodica, bella o brutta che fosse, molto orecchiabile e pronunciata. Questi cantautori d’oggi
invece, hanno operato una specie di riforma gluckiana in seno alla canzone. Siccome hanno tutti un “messaggio” da comunicare, hanno ridotto la musica “serva dell’orazione”, come nella seconda pratica di Monteverdi (…).
In tanto maltusianesimo melodico Maolucci si muove con destrezza, perfezionando (…) i particolari d’una dizione ironica e proterva, articolando con finezza di rime interne, assonanze e ripetizioni periodiche, il turpiloquio delle sue iraconde filastrocche (…).
Massimo Mila
(da “la Stampa” 11-5-78)

 
SEGNALI DAL MARGINE

Quella di Enzo Maolucci è una vicenda esemplare. Esemplare di certi usi ed abusi del business musicale, e intanto istruttiva anche per i giovani che oggi aspirano a farsi largo in quel mondo. E per tutti coloro che non riescono – i reprobi! – ad adeguarsi alle mode correnti, alle masinerie assortite, al consumo bieco spacciato per arte. Enzo Maolucci è stato – resta – un cantautore importante: ha saputo raccontare le incertezze e le speranze di una generazione nata forse troppo presto per il Sessantotto, certamente tardi per gli Anni Ottanta. Ha raccontato, Maolucci, storie imbarazzanti in momenti difficili, non ha voluto, o saputo, cedere – neanche un po’, neanche di nascosto – all’opportunismo canzonettaro. Ha pagato, su questo non ci piove, con la marginalità, con l’etichetta scomoda (soprattutto ai tempi suoi) di cantautore torinese, e quindi isolato, “locale”.
Eppure, ascoltando i brani di questa antologia curata dallo stesso Maolucci (una sorta di “autobiografia musicale”), accade ancora di stupirsi ed entusiasmarsi per le idee e le intuizioni di un autore completamente atipico.
Evidentemente, l’isolamento ha sottratto Maolucci ai tradimenti perpetrati in anni recenti da buona parte del cantautorato nazionale. Senza mai rinnegare il proprio passato, e anzi restando fedele agli ideali di un’epoca – ideali che invece molti, troppi, oggi disconoscono con eccessiva disinvoltura ed evidente ipocrisia – Maolucci ha progressivamente abbandonato la scena musicale: ritenendo, supponiamo, di aver dato tutto, di aver tentato con onestà e rigore. Ma è significativo che proprio in questo periodo così “formidabile” (le viraolette sono necessario) Maolucci senta l’urgenza di
riproporsi. E una sorta di messaggio in bottiglia, una testimonianza per chi saprà e vorrà ascoltare. Lui, Maolucci, adesso si occupa di survival, di tecniche di sopravvivenza. E in fondo, non è un gran cambiamento. La lotta per mantenersi vivi e pensanti in una società che amerebbe assai un popolo di morti – o di irragionevoli zombies – rimane una modesta, ma interessante proposta di diversità.
In mancanza di meglio…
Gabriele Ferraris

 
HORROR VACUI

Quando – dieci anni fa – iniziai a collaborare con Enzo Maolucci (unusquisque faber est fortunae suae!) ero convinto di trovarmi davanti al solito cantautore impegnato politicamente e quindi, secondo il mio punto di vista musicale, un “poco letterato – non – musicista”. Purtroppo dovetti ricredermi, e dico “purtroppo” perché ciò accrebbe enormemente la difficoltà del mio lavoro; è certo più facile gratificare uno sciocco che convincere un essere pensante. A Maolucci l’aspetto estetico o semantico della musica non interessa assolutamente (non credo che abbia mai ascoltato un brano strumentale per più di due o tré minuti); per lui la musica è lo strumento che serve a ribadire i concetti espressi nel testo, a rafforzare le enfasi e a inserirvi citazioni. Uno dei miei compiti è stato quindi quello di fare da tramite tra questa visione utilitaristica della musica e quella invece assolutamente estetica dei musicisti. Posso citare a questo proposito un’episodio accaduto durante la registrazione di “Immaginata”. Enzo voleva assolutamente inserire, in un brano dal
sapore vagamente medioevale, un suono che lui immaginava come “i flauti del deserto”. Ciò che mi preoccupò maggiormente non fu tanto l’espressione disgustata del musicista interpellato quanto i suoi occhi iniettati di sangue, che mi fecero temere seriamente per la nostra integrità fisica.
Altro aspetto inquietante della visione musicale di Enzo è “l’horror vacui”: infatti, da buon ansioso, non sopporta gli spazi vuoti che vorrebbe sempre e comunque riempire; ho sempre cercato di contrastare questa tendenza perversa, ma a volte ho dovuto rinunciarvi. Ma ahimè, la musica di Mao è buona, e nonostante tutti gli sforzi che fa per ucciderla egli porta dentro di sé “il musicista”, disordinato ma generoso, insofferente ma (ohibò) a suo modo geniale. Ed è per questo che sono felice di aver dato il mio modesto contributo alla realizzazione di questo disco. Buona parte degli arrangiamenti e delle esecuzioni sono opera di Silvano Borgatta, che una volta di più ha dato prova della sua intelligenza artistica e della sua insostituibilità, il resto è un mio misfatto. Altri musicisti hanno dato un contributo determinante e li vorrei qui ringraziare per l’aiuto; soprattutto Enzo Maolucci…Che Dio lo perdoni.
Aldo Russo

 
IL CAFFE’ NEL DESERTO

“Saprai certamente fare un mucchio di cose, e altre ne potrai ancora realizzare nella vita, ma una non la potrai mai fare: occuparti di qualcosa che abbia a che fare con la musica.” Così mi affligge sempre un amico comune, mio e di Maolucci, tutte le volte che cerco di accennare, stonando, a una canzone.
E invece eccomi qui, a parlare di un cantante rock. Maolucci ha un principio, cui si attiene spesso: “Bisogna imparare a mettersi dalla parte del torto,” Bene, scriverò di lui rimanendo dalla parte del torto, ma non aspettatevi che vi parli di musica.
Incontrai Maolucci nel 1968, quando facevo teatro politico. L’avevamo coinvolto in una rappresentazione della “Linea di condotta” di Brecht, per cui volevamo delle musiche rock. Lui arrivò e fece la sua parte fino in fondo (che non sembrò neanche male) e se ne andò. Soffrì molto, in silenzio, ma, come ebbe a confessarmi più tardi, a quel tempo avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di cantare in pubblico. Da allora sono passati più di vent’anni, ma di quella esecuzione se ne vergogna ancora adesso. E non me l’ha ancora perdonata.
Conobbi veramente Maolucci quasi a un quarto di secolo e a un quarto di meridiano di distanza da quella “Linea di condotta”, in uno dei posti più maledettamente caldi e inospitali del mondo. Una sera, nel deserto della Suguta Volley, in un momento in cui né lui, né io, avevamo più la forza di muovere un dito, come per un gioco di prestigio, si inventò un caffè.
Che grande gesto fu quello!
Da quel caffè, penso, è nata la mia amicizia per lui; e, anche questa, non me l’ha mai perdonata (né quel caffè, né, forse, l’amicizia).
Non c’eravamo frequentati molto, in quei vent’anni, e, sotto un cielo africano indifferente, circondati da una natura che sembrava uscita da una delle sue canzoni, “una natura che cerchi solo quando non ti vuole”, iniziammo a raccontarci di quei vent’anni. Sorseggiando il caffè, troppo stanco per dormire, ho cominciato a capire qualcosa di più del vecchio “Mao”, ed è così che ve lo voglio raccontare, perché è un pezzo della storia della mia generazione.
E’ la “bella generazione mia” che esce fuori, a brandelli, dai frammenti della vita di Enzo, rievocata con astio affettuoso e con un poco d’ironia, mentre in fondo anche il narratore finisce per accondiscendere al fascino di quel senso di leggenda che dichiara di non voler cantare.
Forse nessuno si riconoscerà in questa immagine, né, d’altro canto, la mia generazione ha mai cercato e creduto fino in fondo che qualcuno la potesse rappresentare.
Forse si dirà che è un’immagine del tutto inventata. Ma è di Maolucci inventore che voglio parlare, più che di Maolucci musicista, anche se poi in fin dei conti è la stessa cosa.
Alcuni artisti sono spinti da un impulso creativo, dalla volontà di riprodurre se stessi nelle loro opere, come alla ricerca di qualcosa che sopravviva a loro, che sopravviva all’atto e al momento della creazione. Altri sono spinti dall’impulso di raddoppiarsi nelle loro opere, di esprimersi attraverso di esse, alla ricerca di qualcosa che li rappresenti, e in cui riconoscersi. Altri, infine, più laici, sono stimolati soprattutto dal cimento dell’invenzione.
L’inventore è ingenuo, ottimista, entusiasta, sognatore, per natura un outsider, convinto più del lampo dell’intuizione e del coraggio della sua espressione che dello studio, del calcolo, dell’esperimento. Uno che, nonostante tutto, continua a credere nel moto perpetuo. Ciò che conta, per lui, è il gesto, non il risultato. Il gesto è l’invenzione.
Sulla strada di ogni inventore c’è una tappa, un passaggio iniziatico, quasi un esame di maturità: il brevetto. È dal rapporto con il brevetto che si riconosce il vero inventore: il solo nominarlo deve suscitare in lui odio violento, come per un’esperienza perversa, consumata fino alla feccia, cui vanno ascritte tutte le disgrazie e i rovesci della propria fortuna.
Egli, infatti, l’inventore, è destinato a non sfruttare le proprie invenzioni, a farsi imbrogliare, ad arrivare sempre troppo tardi, o troppo presto: per fare gli inventori bisogna essere ricchi di famiglia, o fare come se lo si fosse.
Tra gli artisti inventori, laico, patologicamente laico, troviamo Enzo Maolucci, convinto in cuor suo, che il moto perpetuo lo si possa realizzare veramente.
Oh certo, c’è Maolucci che inventa invenzioni, cose concrete come una chitarra elettrica ultracompatta, che sembra un fucile, di cui si vende soltanto la versione copiata da altri e uno zaino multiuso, che non si vende del tutto e di cui sono pieni i magazzini. Maolucci che si confronta con i brevetti, che son sempre troppo cari e troppo ristretti per difendere l’invenzione. Come da copione: bisogna esser ricchi di famiglia.
Ma c’è anche Maolucci che inventa situazioni, che inventa la vita come un procedere di situazioni, sempre entusiasta, sempre laico, sempre credendo in cuor suo nel moto perpetuo, spesso dalla parte del torto, facendo come se fosse ricco di famiglia, e, sempre come un vero inventore, senza mai riuscire a sfruttare il brevetto.
C’è Maolucci che si inventa insegnante democratico, e viene cazziato. Poi si inventa insegnante repressivo, e viene cazziato di nuovo. E nello stesso modo si inventa teorico del Rock, scomodando persino Massimo Mila; poi soldato, scrittore, giornalista. Si inventa il survival e l’ecologia umana. Si inventa un amore impossibile, il giorno prima delle nozze dell’amata, con un altro. Peggio che in un romanzo rosa. Eppure ci riesce, a sposarla, ci mette diec’anni, ma ottiene il brevetto. Si inventa un’emittente radio, una delle più belle, e folli, che abbiano infestato l’etere, e poi la svende, sommerso dai debiti. Si inventa una speculazione sull’allevamento dei vermi, e passa un anno a spalare letame. Si inventa l’inglese, di cui non conosce una parola, ma canta, così bene che persino gli inglesi si complimentano per il suo accento. E lui che non sa nemmeno cos’ha detto.
Sembra che inventarsi la vita sia, per Maolucci, l’unico modo per non subirla: “trovo nuovi giochi sempre a mia misura”, dice in una canzone. E di tutti questi giochi parlano le sue canzoni: di una generazione inventata, di una città inventata, di una scuola inventata, di un amore inventato, di un’avventura inventata.
Invenzioni vere, giochi seri e contraddittori, come uno squarcio nella storia e nelle sensazioni di una generazione, lette attraverso una vita inventata, su cui non c’è brevetto.
Maolucci che canta, Maolucci che inventa Maolucci, giorno per giorno. Generoso. Come un caffè nel deserto.
Alfredo Ronchetta


 

Ed ecco le note dell’originario sito Web dedicato a Maolucci inaugurato oltre dieci anni fa.

E’ capitato lungo il mio percorso di ricerca di suoni, sonorità e musica alternativa a quella più facilmente reperibile (e consumabile).
E’ stato nell’ormai lontano 1996 quando, ancora studente liceale, ascoltai per la prima volta “Omicidio e Rapina” dopo un’ora di Educazione fisica. << Ascolta questo!!! Senti, senti! L’ho registrato da un vecchio disco di mio zio>>. Era Stefano che mi parlava, sghignazzando, nel casino totale dello spogliatoio, insieme ad altri amici che si contorcevano dalle risate, in preda ad una spasmodica e contagiosa esaltazione per aver trovato una “chicca”, una perla di genialità inaspettata, capace di trasmettere energia, e decisamente in linea coi livelli di follia sui quali viaggiavamo all’epoca…(a proposito Grazie e un ciao a Ste, Gege e Attilio).
Da allora la voce, i testi geniali e a tratti folli, la musica, la sonorità tipica, ricca e graffiante, potente e immediata, elegante e incisiva, decisamente fuori dal comune di “Barbari e Bar” e “L’Industria dell’Obbligo” mi hanno accompagnato negli anni (il resto della produzione artistica di Enzo Maolucci era introvabile ed è stata acquisita solo con la costruzione di questo sito), percorrendo chilometri su chilometri di nastro della mia “cassetta” prossima alla rottamazione, riproducendo una musica sempre gradita alle mie orecchie (nonostante il suono impastato da cattiva duplicazione), senza mai stancare.
Così “Barbari e Bar” e “L’Industria dell’Obbligo”, oltre a rimanere per me dei “sempreverdi”universali, sono entrati quasi a far parte delle mie necessità essenziali, tanto ne ho amato le canzoni e gli episodi, per quanto lontani dal mio tempo
e dalla mia esperienza.

Mi piace ascoltare Maolucci, perché sprigiona energia e freschezza compositiva da tutti i pori adottando una formula
originale e creativa che dissocia i cliché di genere (o, meglio, dei generi).
Mi piace sentire il sottile piacere che provo ad ogni ascolto: ci si snoda in un percorso in cui si infittiscono le già quantomai caotiche trame compositive e si inaspriscono le liriche, sempre personali e introspettive, ma che fanno anche da specchio per riflettere ricomposta l’immagine di sintesi di un’epoca, suggerendone un’intuizione anche a chi non l’ha vissuta (in questo sta l’universalità).

Ammiro Maolucci rispetto ad altri artisti con produzioni più fortunate come seguito di pubblico (e con maggiori riconoscimenti e monetizzazione di ritorno), ma che hanno reso totalmente impersonale e “plastificato” il prodotto finale… Penso ai vari Guccini e De Gregori, meno “veri”, che le mie orecchie non hanno mai amato particolarmente e che mi hanno sempre stancato in fretta se ascoltati in dosi eccessive (più di una canzone per volta!). Non sono riuscito a capire in tutti questi anni il mancato riconoscimento artistico di Maolucci.
Questo sito nasce con il proposito di farlo perlomeno conoscere a chi lo può apprezzare,a chi ha cercato come me la sua produzione artistica per anni!

Alby

 

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Ho conosciuto le canzoni di Enzo Maolucci grazie al mio buon amico, nonchè coautore di questo sito web, mio socio di follie, complice di scambi musico-letterari, Alby. E’ stato qualche anno fa, ho inserito nel mio walkman la “cassetta”, di bassa qualità perchè derivata da chissà quante altre cassette e dal vinile prima di loro. E mi sono imbattuto in canzoni del tutto atipiche, per temi trattati e modo di cantare (di gridare) rispetto a tutto quel che mi era passato per le orecchie nei miei vent’anni. Quella cassetta conteneva “L’industria dell’obbligo” e “Barbari e bar”, quest’ultimo a mio parere il miglior Lp di Maolucci, un concept album realizzato con sapienza, un distillato di stile letterario e vivide immagini della realtà. Con totale assenza del buonismo che aborro. Nelle atmosfere musicali, attutite dalla scarsa resa del supporto di registrazione come se la nebbia di Torino si fosse inghiottita una parte della musica di Maolucci, ho trovato qualcosa di malinconico che mi ha accompagnato in molte e molte sere.
Ho letto da qualche parte che l’artista sarebbe colui che “sente” il mondo più della gente comune e riesce ad esprimere questa sua sensibilità. Enzo lo è di certo, è capace di farlo. C’è una strofa di una canzone dei The Smiths, “Panic”, che amo molto. Dice: “Burn down the disco / hang the blessed dj’s / because the music they constantly play / it says nothing to me about my life” (Bruciate le discoteche / impiccate i venerati Dj / perchè la musica che mettono costantemente / non mi dice niente sulla mia vita). Io nelle canzoni di questo cantautore torinese nato nel 1946, che gridava negli anni ’70, ho trovato anche questo, una parte di me e della mia vita. Ascoltare “Il barbaro Ulisse” in un periodo in cui ero impiegato di giorno e l’”artista” di siti web di notte, mi lasciava la sensazione di aver trovato parole che mi mancavano per raccontarlo. Se una grande forza delle canzoni di Maolucci è raccontare così bene anni e luoghi che mi sono lontani (nel ’78, mio anno di nascita, Maolucci incideva “Barbari e bar”), lo è altrettanto la consistente attualità di almeno alcuni dei suoi brani.

In tempi recenti ho conosciuto di persona Enzo Maolucci, ho deciso di farlo per poter finalmente realizzare questo sito web e perchè mi sentivo di poter così ringraziare in qualche modo chi mi aveva fatto conoscere la sua musica, esaudendo un desiderio comune di conoscere un artista che tanto apprezziamo.
Dicono che non si dovrebbe mai conoscere i propri miti per non restarne delusi. Ho fatto la cosa giusta.
Ho avuto modo di conoscere la sua produzione posteriore e stupirmi di come abbia potuto cambiare stile e temi trattati, toccando vette elevatissime di emozione nell’album Immaginata, dicendo delle donne e alle donne cose non banali.
Ho anche rafforzato in me l’idea che Maolucci è un uomo che ha fatto musica non per poter strimpellare un po’ una chitarra, ma perchè aveva qualcosa da dire e l’ha detto. L’ha gridato.

Forse, e io lo spero, grazie a questo sito web, qualcun altro potrà sentirlo. Forse Enzo Maolucci non farà più nulla nel campo della musica, perchè ora si dedica con successo al Surviving, alla sua famiglia e mille altre cose. Forse invece lo inviteranno a Sanremo accorgendosi di lui e lui non rifiuterà. In qualunque caso non scordiamoci delle sue canzoni.

Beppe

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Cantautore torinese